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Memoria Storica / Testimonianze

La tradizionale festa di San Nicola a Mornese

Un racconto di Silvia Oltracqua

Silvia Oltracqua durante la presentazione della Mappa di Comunità
Silvia Oltracqua – Serata dedicata alla presentazione della Mappa di Comunità (Foto di Elisabetta Mazzarello)[cite: 1].

Nota: il testo che segue è una sintesi della conversazione; le citazioni testuali dell'intervistata sono riportate in corsivo[cite: 1].

La messa, i vespri e la processione

San Nicola, festa del paese e festa patronale, era festa “grande”. Nei due giorni di festeggiamenti, il 10 e l’11 settembre, si alternavano pratiche religiose e momenti conviviali[cite: 1]. Oltre alla messa, un appuntamento rituale importante era rappresentato dalla processione che si svolgeva nel pomeriggio del 10 settembre, dopo il vespro, per le vie del paese, dalla chiesa fino all’edicola di Sant’Isidoro e poi, in direzione opposta, fino all’edicola di Maria Ausiliatrice[cite: 1]. La processione era aperta da un crocefisso portato dalle donne; seguivano i membri dell’Azione cattolica, le “Figlie di Maria”, vestite di bianco con una fascia azzurra, le bambine con l'abito della prima comunione, gli uomini e il parroco[cite: 1]. Dietro alla statua di San Nicola vi erano il sindaco e altre autorità[cite: 1].

“O San Nicola gran protettore dal Ciel ne ottieni grazia e favor!”
(Il ritornello cantato durante la processione)[cite: 1]

Il pranzo di San Nicola

Il pranzo era un altro momento centrale nella celebrazione della festa; in quell'occasione si invitavano i parenti che vivevano fuori[cite: 1]. I preparativi iniziavano il giorno prima[cite: 1]. Si pulivano le galline… quasi tutti avevano le galline… e poi si facevano bollire, però alla mattina di San Nicola perché, non essendoci il frigo, la roba la mangiavi fresca[cite: 1]. Al mattino quindi si preparava la gallina in brodo, insieme a un po’ di punta di petto e di bollito[cite: 1].

A pranzo, come antipasto, si serviva il salame crudo, acquistato dal macellaio Riccardo[cite: 1]. A seguire, gnocchetti in brodo, preparati con un impasto di farina e uova, che veniva passato (a piccoli pezzi) su una tavoletta di legno[cite: 1]. Carmella del Cianò li faceva speciali. Li faceva anche per il marchese, per il parroco e per il farmacista[cite: 1].

Come secondo, si mangiava la gallina bollita, accompagnata da fagiolini, i “gancetti” e i “pelandroni” (nomi locali di due varietà di fagiolini)[cite: 1]. Nell’ottica di non sprecare nulla, si cucinava anche il collo di gallina ripieno di un composto molle di uovo, maggiorana, grana, prezzemolo, mezza foglia di lattuga e un pezzo di carota[cite: 1]. Si cuciva come una cima, si bolliva e poi lo si tagliava a fettine[cite: 1]. Con il migliorare delle condizioni economiche, negli anni successivi arrivarono sulle tavole dei mornesini anche le milanesi, fettine di carne impanate, accompagnate da pomodori e radicchio, tagliato “bello fine”[cite: 1].

A concludere il pranzo c’era la “torta di San Nicola”, una “focaccia dolce” con i pinoli, da “pucciare” nel moscato[cite: 1]. La sera invece non poteva mancare la torta di riso, a base di riso bollito nel latte[cite: 1]. Nelle case non c’era il forno, la torta veniva portata a cuocere nel forno a legna del panificio insieme alla “focaccia dolce”[cite: 1].

Il ballo e il concorso di bellezza

La festa proseguiva la sera con le giostre e il ballo[cite: 1]. Si ballavano la mazurka, il tango, il valzer, un po' di rock’n’roll, il boogie woogie… si pagava un biglietto… c'era tanta gente[cite: 1]. Il ballo di San Nicola era un bel momento a cui tutti tenevano[cite: 1].

Nel corso della serata veniva organizzato anche un concorso di bellezza presieduto da una giuria: passavi nel ballo e ti votavano; veniva eletta la Miss insieme a due damigelle[cite: 1]. Silvia è stata la vincitrice della gara nel 1960; quell’anno si era fatta fare dalla sarta un vestito visto in una foto di Brigitte Bardot[cite: 1]. Era in tessuto bianco e verde a quadrettoni con i bordi in sangallo e la sottogonna per farlo rimanere un po' più vaporoso[cite: 1].

La fiera, i banchetti e le giostre

Il giorno successivo, l’11 settembre, era dedicato alla fiera[cite: 1].

Per la fiera del bestiame c'erano dei premi… mio papà per il bue più bello ha vinto tanti anni. Le persone portavano tutte queste bestie e c'era anche un po' di mercato: si vendeva qualche vitellino. Il campo (la piazza di fronte alle scuole “Emilio Podestà”) era tutto pieno di bestiame[cite: 1].

Poi c'era il banchetto del torrone di San Remigio (prodotto a Parodi Ligure, paese limitrofo); noi portavamo i noccioli delle pesche e delle albicocche e loro ci davano in cambio un pezzo di torrone[cite: 1].

Un ritratto di Silvia Oltracqua e del paese che cambia

Silvia Oltracqua è nata nel 1944 a Mornese[cite: 1]. Memoria storica del paese, per molti anni ha gestito un negozio di alimentari ai Mazzarelli (frazione di Mornese)[cite: 1]. Era un punto di incontro: fuori dal negozio d'estate c'era quasi la coda, non essendoci supermercati… all’inizio non c'era il frigo nelle case allora uno tutti i giorni veniva a fare la spesa[cite: 1]. Poi solo noi avevamo il telefono[cite: 1].

Silvia è stata testimone di un passaggio epocale: dagli anni difficili del dopoguerra, alle profonde trasformazioni economiche, culturali e sociali degli anni ‘60 quando si buttava via la roba bella di legno per comprare quella di fòrmica perché la fòrmica era la modernità[cite: 1].

Un periodo caratterizzato anche da una sempre maggiore consapevolezza delle donne del loro ruolo nella società, in un contesto come quello di un piccolo paese dell’Appennino in cui indossare i pantaloni era considerato a dir poco disdicevole e partecipare al ballo di San Nicola una scelta incompatibile con il far parte delle “Figlie di Maria”: chi andava a ballare non poteva essere nelle “Figlie di Maria” e allora tante avevano rinunciato perché volevano andare a ballare[cite: 1]. A questo cambiamento hanno in parte contribuito, come ricorda Silvia, una certa indipendenza economica e nuove possibilità di istruzione[cite: 1]. Tante ragazze che prima della guerra andavano a servizio, andavano in fabbrica… in campagna, sempre meno… e qualcuno studiava[cite: 1].

Anche Silvia, tra il 1963 e il 1964, si era trasferita a Torino per frequentare una scuola per parrucchieri e, tornata a casa, per alcuni anni, aveva aperto in paese un negozio di parrucchiera per donne e uomini, perché a Mornese c'era il barbiere, ma non c'era il parrucchiere da uomo[cite: 1]. Io incominciavo già a fare le prime tinte, qualche ricciolino, insomma i clienti venivano volentieri… allora si lavorava tanto: al sabato, ad esempio, alle 10 si era ancora in negozio[cite: 1].

L'intervista, realizzata nell’ambito del progetto di ricerca “Archeologia del gusto”, oltre a fornirci un vivace resoconto di un’epoca di profonde trasformazioni, ci interroga, con una consapevole leggerezza con cui Silvia sa raccontare, sul senso di “modernità” e “progresso”: su ciò che questi termini rappresentavano per i giovani del secondo dopoguerra e su che cosa significano per noi[cite: 1]. Ci fa riflettere sull’importanza di studiare il passato, attraverso la vita quotidiana e le persone comuni, per comprendere meglio il valore che attribuiamo oggi a queste due parole così cruciali nelle nostre scelte di ogni giorno[cite: 1].

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Elisa Arecco